Cresce la dipendenza, ma restano sfruttamento e diritti negati
L’agricoltura italiana dipende sempre di più dai lavoratori migranti
Senza il contributo dei lavoratori migranti, una parte significativa dell’agricoltura italiana rischierebbe di fermarsi. È questo il quadro che emerge dal Research Brief pubblicato da OIM Italia e Fondazione Leone Moressa, che fotografa una realtà ormai strutturale: la manodopera straniera non è più un elemento marginale del settore agricolo, ma una componente essenziale per la tenuta delle filiere produttive.
Nel 2024 i lavoratori stranieri regolari impiegati in agricoltura hanno sfiorato le 164 mila unità. Una cifra già rilevante, ma che non include l’ampia area del lavoro irregolare, ancora molto presente nel comparto agricolo.
Secondo i dati riportati nel briefing, l’incidenza dei lavoratori stranieri in agricoltura è pari al 20%, quasi il doppio rispetto alla media dell’intera economia italiana, ferma al 10,5%. Questo significa che un lavoratore agricolo regolare su cinque è straniero.
Un contributo economico decisivo per le filiere agricole
Il peso dei migranti in agricoltura non è soltanto numerico, ma anche economico. Il valore aggiunto prodotto dai lavoratori migranti nel settore agricolo raggiunge circa il 18%, una quota superiore a quella registrata in altri comparti come costruzioni, manifattura e servizi.
In termini assoluti, il contributo dei migranti all’agricoltura italiana vale circa 8 miliardi di euro l’anno. Un dato che evidenzia quanto il sistema produttivo nazionale sia ormai legato alla presenza di lavoratori stranieri nei campi, nella raccolta, nella trasformazione e lungo tutta la filiera agroalimentare.
Le differenze territoriali sono però molto marcate. In alcune regioni la dipendenza dal lavoro migrante è particolarmente alta: nel Lazio l’incidenza arriva al 46,4%, seguito da Emilia-Romagna con il 25,7%, Basilicata con il 24%, Toscana con il 21,3% e Sicilia con il 21%.
Precarietà, contratti fragili e lavoro nero
Dietro questi numeri si nasconde però una realtà complessa. Molti lavoratori migranti continuano a essere impiegati in condizioni di forte precarietà. Oltre il 60% lavora con contratti a tempo determinato, mentre solo circa il 30% può contare su un contratto stabile.
Le mansioni affidate ai migranti sono spesso tra le più dure, meno pagate e meno tutelate. La vulnerabilità aumenta nei territori rurali, dove l’isolamento, la difficoltà di accesso ai servizi, la dipendenza da intermediari e la precarietà del permesso di soggiorno possono trasformarsi in strumenti di ricatto economico e sociale.
Il dato sull’irregolarità conferma la gravità del fenomeno. In agricoltura il tasso di lavoro irregolare raggiunge il 20,8%, contro una media nazionale del 10%. Le stime indicano circa 200 mila lavoratori irregolari nel settore.
Caporalato e sfruttamento: una ferita ancora aperta
Il caporalato resta una delle principali criticità dell’agricoltura italiana. Il briefing segnala che nel 2024 sono state effettuate oltre 8.900 ispezioni nel settore agricolo; tra quelle con esito definito, il 68,4% ha evidenziato irregolarità.
Questi dati mostrano che il problema non è episodico, ma strutturale. Non riguarda solo singole aziende o aree isolate, ma un modello produttivo che, in molti casi, continua a scaricare sui lavoratori più fragili il costo della competitività.
Lo sfruttamento dei migranti nei campi si manifesta attraverso salari bassi, orari eccessivi, alloggi inadeguati, assenza di tutele, intermediazione illecita e difficoltà nel far valere i propri diritti.
Immigrazione, agricoltura e diritti: una sfida non più rinviabile
Il rapporto tra immigrazione e agricoltura pone una questione centrale: non può esistere sviluppo senza legalità. Se i migranti sono ormai indispensabili per l’agricoltura italiana, allora è necessario garantire loro condizioni di lavoro dignitose, contratti regolari, accesso ai servizi e percorsi di inclusione reale.
Servono interventi strutturali: più controlli contro il caporalato, rafforzamento delle ispezioni, politiche abitative nelle aree rurali, tutela sanitaria, formazione, trasporti sicuri e valorizzazione delle competenze dei lavoratori stranieri.
L’agricoltura del futuro dovrà affrontare sfide decisive, dai cambiamenti climatici all’innovazione tecnologica. Ma non potrà essere davvero sostenibile se continuerà a fondarsi su precarietà, sfruttamento e diritti negati.
Conclusione
I migranti non sono una presenza accessoria nei campi italiani: sono una parte fondamentale del sistema agricolo nazionale. Senza di loro, molte filiere rischierebbero di bloccarsi.
La vera sfida, oggi, è trasformare questa dipendenza in un modello giusto, regolare e sostenibile. L’agricoltura italiana vive anche grazie al lavoro dei migranti, ma non può continuare a farlo scaricando su di loro il peso della propria competitività.
Legalità, diritti e qualità del lavoro sono l’unica strada per costruire un settore agricolo moderno, etico e realmente sostenibile.